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venerdì, Aprile 17, 2026

REFERENDUM: Una sconfitta che ha determinato dimissioni e polemiche.

Referendum del 22-23 marzo 2026, un campo di battaglia tra i due poli che serve soprattutto a non parlare di economia che dovrebbe essere il vero terreno di scontro.

Ho letto un ragionamento, tra i tanti, spero non generato da un’intelligenza artificiale, che riguarda l’attuale situazione politica italiana, in particolare la leadership da contrapporre a Giorgia Meloni nel centrosinistra, parlo di Giuseppe Conte e Elly Schlein.

Prima di lanciarci nell’oceano delle prossime polarizzazioni che soffieranno ancora una volta emotività, odio e indignazione nelle bolle cognitive dei social media, vale la pena provare a stilare un bilancio di questi ultimi due mesi di conversazioni digitali generate dalla battaglia referendaria. Ma, invece di partire dall’inizio, che potremmo far coincidere cronologicamente con il video di Alessandro Barbero pubblicato dalle brigate social del No il 22 marzo, è forse necessario invertire il senso di marcia e iniziare questo viaggio dalla fine, perché?

Semplicemente, perché l’epilogo ci racconta in modo cristallino quanto il voto di domenica e lunedì sia stato volutamente snaturato fino a diventare, come del resto è già in passato per altri referendum, una chiamata alle armi contro il governo piuttosto che un giudizio di merito della riforma approvata dal parlamento. A fine scrutinio, quanto tutti i leader del campo largo sprizzavano una incontenibile gioia da tutti i feed, da Facebook a TikTok, i follower dell’account Instagram di Giorgia Meloni contrariamente a quanto era comunemente preventivabile hanno subito una impennata straordinaria.

Solo lunedì, infatti, la fanbase dell’account è cresciuta di circa 22 mila nuovi iscritti. Un risultato che svela e dice molte cose. Insomma, nel giorno elettoralmente più complicato per Giorgia Meloni degli ultimi quattro anni, la risposta della rete e degli utenti ha rimesso in equilibrio i guasti e le storture della polarizzazione. Questo dato, ripeto sollo all’apparenza in controtendenza, diventa ancor più interessante se confrontato con quelli di Giuseppe Conte e Elly Schlein, i due principali antagonisti della premier sul fronte del referendum. La crescita dell’account Instagram del presidente del M5S si è arenata a 8.520 mentre quella della segreteria dem si è fermata molto più giù a 2.100.

Questa distanza, che non è soltanto numerica ma che ha una precisa connotazione reputazionale, può essere spiegata con due diverse quanto complementari motivazioni. Da, un lato, gli utenti che hanno scelto proprio da lunedì di seguire i post di Giorgia Meloni, hanno voluto manifestare in tal modo loro vicinanza al leader in un momento che hanno percepito di difficoltà. Una reazione che gli americani chiamano effetto rally around the flag (radunarsi attorno alla bandiera), cioè stringersi idealmente intorno al proprio leader nel momento del bisogno.

Dall’altro, parimenti, l’incremento può esser letto come una sorta di tacita compensazione per il voto contro la riforma, come dire pur se l’elettore si è espresso nel segreto dell’urna a favore del “NO”, anche per ragioni diverse, al contempo la sua considerazione nei confronti della Meloni non è mai stata in discussione. Questo conflitto non è da sottovalutare anche perché la premier, a differenza di quanto fece nel 2016 Matteo Renzi, non ha mai commesso l’errore di personalizzare il voto. Anche quando dal 1° marzo da deciso di ingaggiarsi nella campagna referendaria l’ha fatto provando a spiegare e illustrare con video, reel, post e podcast la bontà del progetto”.

C’è da aggiungere che le scorie di opinione provenienti dal trio “Del Mastro-Santanchè-Bartolozzi”, hanno condizionato non determinato il risultato del voto. A rendere ancora più amaro il risultato sono stati due cose, la prima a votare il “SI”, una parte del centrosinistra, coerentemente a favore della riforma, da sempre. Di contro il voto per il “NO”, provenienti dal centrodestra. La cosa però su cui riflettere e seriamente, da parte dei dirigenti del Campo largo, che, nei sondaggi, non è cambiato nulla o quasi. Peccato, perchè l’istituto referendario è una cosa seria e non dovrebbe finire nelle mani dei professionisti del fango, di destra e di sinistra. Intanto cantano e ballano i magistrati a Napoli, quando erano certi della vittoria del “NO”, una cosa davvero poco seria, altro che Giuliano Vassalli. Comincia quindi con questo risultato una lunga ed estenuante campagna elettorale per le Elezioni politiche del 2027. Un quesito avrei piacere di sottoporre al quartetto Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli: “Ma senza i voti dell’Area moderata (Azione-+Europa-Italia Viva), come potete immaginare di vincere e ricordate che da quelle parti c’è gente che non si fa infinocchiare, anzi….

gianni bianco

Referendum del 22-23 marzo 2026, un campo di battaglia tra i due poli che serve soprattutto a non parlare di economia che dovrebbe essere il vero terreno di scontro.

Ho letto un ragionamento, tra i tanti, spero non generato da un’intelligenza artificiale, che riguarda l’attuale situazione politica italiana, in particolare la leadership da contrapporre a Giorgia Meloni nel centrosinistra, parlo di Giuseppe Conte e Elly Schlein.

Prima di lanciarci nell’oceano delle prossime polarizzazioni che soffieranno ancora una volta emotività, odio e indignazione nelle bolle cognitive dei social media, vale la pena provare a stilare un bilancio di questi ultimi due mesi di conversazioni digitali generate dalla battaglia referendaria. Ma, invece di partire dall’inizio, che potremmo far coincidere cronologicamente con il video di Alessandro Barbero pubblicato dalle brigate social del No il 22 marzo, è forse necessario invertire il senso di marcia e iniziare questo viaggio dalla fine, perché?

Semplicemente, perché l’epilogo ci racconta in modo cristallino quanto il voto di domenica e lunedì sia stato volutamente snaturato fino a diventare, come del resto è già in passato per altri referendum, una chiamata alle armi contro il governo piuttosto che un giudizio di merito della riforma approvata dal parlamento. A fine scrutinio, quanto tutti i leader del campo largo sprizzavano una incontenibile gioia da tutti i feed, da Facebook a TikTok, i follower dell’account Instagram di Giorgia Meloni contrariamente a quanto era comunemente preventivabile hanno subito una impennata straordinaria.

Solo lunedì, infatti, la fanbase dell’account è cresciuta di circa 22 mila nuovi iscritti. Un risultato che svela e dice molte cose. Insomma, nel giorno elettoralmente più complicato per Giorgia Meloni degli ultimi quattro anni, la risposta della rete e degli utenti ha rimesso in equilibrio i guasti e le storture della polarizzazione. Questo dato, ripeto sollo all’apparenza in controtendenza, diventa ancor più interessante se confrontato con quelli di Giuseppe Conte e Elly Schlein, i due principali antagonisti della premier sul fronte del referendum. La crescita dell’account Instagram del presidente del M5S si è arenata a 8.520 mentre quella della segreteria dem si è fermata molto più giù a 2.100.

Questa distanza, che non è soltanto numerica ma che ha una precisa connotazione reputazionale, può essere spiegata con due diverse quanto complementari motivazioni. Da, un lato, gli utenti che hanno scelto proprio da lunedì di seguire i post di Giorgia Meloni, hanno voluto manifestare in tal modo loro vicinanza al leader in un momento che hanno percepito di difficoltà. Una reazione che gli americani chiamano effetto rally around the flag (radunarsi attorno alla bandiera), cioè stringersi idealmente intorno al proprio leader nel momento del bisogno.

Dall’altro, parimenti, l’incremento può esser letto come una sorta di tacita compensazione per il voto contro la riforma, come dire pur se l’elettore si è espresso nel segreto dell’urna a favore del “NO”, anche per ragioni diverse, al contempo la sua considerazione nei confronti della Meloni non è mai stata in discussione. Questo conflitto non è da sottovalutare anche perché la premier, a differenza di quanto fece nel 2016 Matteo Renzi, non ha mai commesso l’errore di personalizzare il voto. Anche quando dal 1° marzo da deciso di ingaggiarsi nella campagna referendaria l’ha fatto provando a spiegare e illustrare con video, reel, post e podcast la bontà del progetto”.

C’è da aggiungere che le scorie di opinione provenienti dal trio “Del Mastro-Santanchè-Bartolozzi”, hanno condizionato non determinato il risultato del voto. A rendere ancora più amaro il risultato sono stati due cose, la prima a votare il “SI”, una parte del centrosinistra, coerentemente a favore della riforma, da sempre. Di contro il voto per il “NO”, provenienti dal centrodestra. La cosa però su cui riflettere e seriamente, da parte dei dirigenti del Campo largo, che, nei sondaggi, non è cambiato nulla o quasi. Peccato, perchè l’istituto referendario è una cosa seria e non dovrebbe finire nelle mani dei professionisti del fango, di destra e di sinistra. Intanto cantano e ballano i magistrati a Napoli, quando erano certi della vittoria del “NO”, una cosa davvero poco seria, altro che Giuliano Vassalli. Comincia quindi con questo risultato una lunga ed estenuante campagna elettorale per le Elezioni politiche del 2027. Un quesito avrei piacere di sottoporre al quartetto Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli: “Ma senza i voti dell’Area moderata (Azione-+Europa-Italia Viva), come potete immaginare di vincere e ricordate che da quelle parti c’è gente che non si fa infinocchiare, anzi….

gianni bianco

© Riproduzione riservata

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